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Chiese - Castelli
Quando
J. H. Bartels, ricco patrizio di Amburgo, con il suo Diario che fomisce
una delle più ampie descrizioni di Viaggio in Sicilia, si avvia
da Messina verso Catania, non può fare a meno di descrivere la
sua ammirazione non solo per l'incantevole paesaggio, ma anche per alcune
curiose "scene di genere". Tra queste, ad esempio lungo la strada,
(ciò che può avvenire anche ai giorni nostri), dei fichi
d'India rossi e maturi, "sbucciati con tanta maestria".
Un paesaggio da cui anche Goethe rimase fortemente affascinato vedendo, non lontano il bel castello di Motta Sant'Anastasia. E ancora Bartels, giunto a Catania, la descriverà (e anche in questo dà una immagine molto attuale), come una città molto vivace, con un grande via vai di carrozze, piena di gusto e signorile e (allora!), "con schiere di servi, che accompagnano i signori, che affollano botteghe e caffè". Egli rimane anche affascinato dalla bellezza delle costruzioni signorili, che hanno sempre come sfondo affascinante la coma dell'Etna. Ed ecco, al centro di una grande piazza dedicata a Federico II di Svevia, il castello Ursino "eretto in brevissimo tempo, per poter tenere a bada i Catanesi ribelli, con una particolare semplice "muratura, a strati successivi e non di buona fattura", voluta dallo stesso Federico II per limitare il più possibile le spese, come sempre raccomandava al "praepositum edificiorum", il suo architetto militare Riccardo da Lentini. ![]() In origine
la situazione di Castello Ursino, circondato da un grande fossato e da
molte opere di difesa era molto più prossima al mare, cosi come
appare ancora dall'affresco conservato all'interno del Duomo di Catania,
ma la colata lavica che nel 1669 investì Catania e molta parte
del territorio circostante, ne aveva profondamente mutato l'aspetto, come
avvenne poi anche con i terremoti del 1693 e del 1818 che resero infine
il castello completamente inagibile, finché non venne restaurato
una prima volta nel 1837 e poi ancora nel 1930. Oggi restaurato e sede
del Museo Civico, vi si notano interessanti simboli, come: una stella
a cinque punte, di significato cabalistico, realizzata in pietra bianca
e nera ed i segni, ottenuti con molta fantasia dalle maestranze stesse,
inserendo ciottoli lavici nel contesto della malta e con i quali le maestranze
ebree, cristiane e arabe segnavano le fasi di lavoro giornaliero, con
originali effetti coloristici, usati anche su sagomature particolari come
in altre decorazioni ottenute con l'intarsio in pomice e calcare, (ciò
che appare ad esempio su una delle belle finestre cinquecentesche del
lato sud ed est e all'ingresso, nel lato nord, entro una edicoletta triloba,
ecco l'aquila sveva che artiglia una lepre).
Uno
dei viaggiatori che soggiornarono più a lungo in Sicilia, il francese
Jean Houel, descrivendo appunto il suo viaggio, ("Viaggio pittoresco
nella Sicilia antica") mostra spesso immagini di paesi ancora poco
noti agli altri viaggiatori europei e cosi, conducendo il lettore in un
tragitto verso l'interno, da Catania fino a Corleone e ad alcuni villaggi
albanesi a sud di Palermo, passa anche da Sperlinga. Questa appare all'improvviso
con le sue case vicinissime le une alle altre, che sembrano discendere
dolcemente da un'altissima roccia liscia e levigata, che pure accoglie
al suo interno, una scala d'accesso che porta al castello che le sovrasta.
Ciò che il tempo aveva lasciato in essere, ma che era anche stato in gran parte distrutto dalle intemperie, fu venduto recentemente dagli originari proprietari, al Comune di Sperlinga (per la somma simbolica di 1000 lire) che si è assunto il compito di far rivivere gradualmente il complesso, ridonando al castello, il suo grande fascino paesistico, anche soltanto come "museo di se stesso". ![]() "Quod
Siculis placuit sola Sperlinga negavit", si può leggere
sull'arco del vestibolo e i racconti popolari ricordano la strenua resistenza
opposta da quelle mura ai nemici assedianti. Ma vi fu anche assai duro
il lavoro dell'uomo per la costruzione stessa di quella rocca, scavata
in ogni sua parte: dai canali per la raccolta dell'acqua piovana, alle
grandi camere con il tetto a cupola, agli spazi adibiti un tempo alla
lavorazione dei metalli (che vi venivano forgiati), e poi adattati quali
prigioni. Ma vi è anche una suggestiva chiesetta che ispira gli
animi alla preghiera, indirizzandoli a quel cielo che attraverso la ripida
scala nella roccia, sembra quasi che si possa raggiungere, accompagnati
dal rumore dello... "sbatter d'ali" di uccelli che negli oscuri
anfratti del castello possono trovare dimora "imbastendo un dialogo
eterno tra i miti passati e il futuro incombente" (E. Barreca).
Un'incisione
di Gio. M. a Cassini mostra la "Mappa della Sicilia", in cui
il percorso del Viaggio in Sicilia di Goethe è segnato in rosso,
mentre in basso, accanto all'iscrizione è un bello stemma della
Sicilia. Goethe giungeva in Sicilia approdando a Palermo dopo molti giorni
di navigazione e la descrizione di quella particolare atmosfera all'approdo,
è una vera e propria immagine pittorica:"...non ci sono parole
per esprimere la trasparenza vaporosa che avvolgeva le coste, quando noi
ci accostammo a Palermo, nel più bello dei meriggi. La purezza
di contorni, la morbidezza dell'insieme, il digradare dei toni, l'armonia
di cielo, maree terra... Solo ora posso dire di capire i Claude Lorrain
e ho speranza di potere un giorno, tornato nel nord, rievocare, dall'intimo
del mio spirito, qualche impressione, se pur vaga, di questa felice dimora"
in quella che egli considerava la "regina delle isole".
E da Palermo, inoltrandosi verso le Madonie, ecco Castelbuono, uno dei più importanti centri abitati, con il suo castello, che si staglia sul borgo, avendo la alte vette montuose quale fondale e al tempo stesso immergendo il suo profilo in una sequenza di vigneti, mandorli e oliveti che permeano degli splendidi loro colori il declivio dei pendii, giù fino alle valli sottostanti. ![]() Termine
di riferimento di un paesaggio cosi suggestivo e naturalisticamente integro,
circondato da castagni, lecci e faggi, con il borgo medievale, sorto sui
ruderi dell'antico centro bizantino di "Ypsigro", Castelbuono
si adagia in un'ampia conca ai piedi del "Pizzo della Principessa",
a più di 400 metri d'altitudine. Proprietà della grande
casata dei Ventimiglia, il castello a pianta quadrata, con le sue cinque
torri solidissime, con il colore caldo della sua pietra rossastra mitiga
notevolmente l'aspetto rude di un vero e proprio fortilizio. All'interno
la "bottega" dei Serpotta, abilissimi scultori del '600 siciliano,
incaricati dal principe Francesco Rodrigo, realizzarono una sontuosa cappella
palatina, con grande profusione di marmi preziosi e stucchi e con i putti
e i fregi che ricordano i momenti più fulgidi della vita della
grande casata peraltro celebrata anche dai busti che decorano gli stalli
del coro ligneo. Un Museo di Storia Naturale, ha recentemente offerto
al visitatore anche uno straordinario "album" da sfogliare,
con esemplari assai rari raccolti dal ricercatore siciliano F. Minà
Palumbo, nato a Castelbuono nel 1814. Recentemente la piazza e la zona
circostante il castello sono stati oggetto di recenti interventi, attraverso
un Bando di Concorso, finalizzato al recupero di un angolo del territorio
di così alto fascino paesistico ed ambientale.
Aemilian
Janitsch, partito da Napoli per la Sicilia, con il "postale"
ordinario, il 25 gennaio 1793, si dice particolarmente affascinato dallo
spettacolo marino di "tartarughe e delfini che galoppano sulla scia
della barca", mentre, lasciate le Eolie, giungeva in vista di Milazzo,
dopo "un tratto di costa florida e rigogliosa".
E cosi pure Houel, uno dei viaggiatori francesi che non solo si fermò più a lungo in Sicilia, ma forse fu quello che maggiormente approfondì la serietà della propria impresa, avvicinandosi alla costa settentrionale, per imbarcarsi di lì per l'isola di Lipari, volle fermarsi a Milazzo. Ed era partito proprio da Milazzo il "giro della Sicilia" (Expedition into Sicily) compiuto da Richard Payne Knight nel 1777; si trattò di un viaggio che egli, autodidatta, ma talmente appassionato da divenire ben presto uno dei più colti ed esperti collezionisti inglesi (alla sua morte la sua collezione andò ad arricchire il British Museum di esemplari assai rari), che volle compiere in Sicilia, provenendo da Napoli, il 25 aprile 1777. Dopo avere visitato le Eolie, egli avrebbe iniziato il suo giro proprio da Milazzo, per proseguire poi, con brevi soste, a Palermo, Segesta, Selinunte, Girgenti (Agrigento) Biscari, Siracusa, Catania, Taormina, da dove appunto, con la "speronara" (tipica imbarcazione locale), avrebbe poi raggiunto Messina. È interessante ricordare come il manoscritto inglese del suo Diario di Viaggio, a lungo ritenuto disperso, sia stato ritrovato (nel 1980) proprio fra le carte di Goethe a Weimar, offrendo l'immediatezza di una serie di "istantanee", un vero e proprio "resoconto" immediato, anche se più tardi arricchito, al ritorno in patria, da molte dotte citazioni. In particolare è interessante la sua descrizione delle imbarcazioni: infatti, oltre alla "speronara", usata nel tragitto Taormina - Messina, egli si servi anche di una "feluca" proprio per giungere a Milazzo. E nel suo "Viaggio in Sicilia" anche un altro inglese, Brian Hill, nelle sue "Observations and remarks in a journey through Sicily and Calabria in the year 1791" narrò di avere visitato Milazzo "fortificata con una nuova cittadella". ![]() Più
di mille anni di storia hanno suggellato, con una serie di eventi, lo
sviluppo del castello di Milazzo, peraltro rimasto avvolto in molte, misteriose
e quasi leggendarie vicende. Molti personaggi illustri lo visitarono,
a cominciare dallo stesso Federico II, che lo volle ristrutturare e che
vi si recò due volte, stabilendo che anche Milazzo fosse compreso
tra quei "castra" i cui castellani erano posti direttamente
sotto la giurisdizione imperiale, senza dipendere dai Comuni e raccomandando
(in una lettera inviata al suo architetto militare Riccardo di Lentini,
il 17 novembre 1239), che "somma cura e diligenza venisse posta"
nella erezione del castello di Milazzo, che, nucleo centrale ed originario
della cittadella e posto al sommo della rupe, all'interno del complesso
della "città murata", l'imperatore voleva ampliare e
potenziare, rinnovando un fortilizio precedente. Ne derivò la struttura
attuale del mastio, con funzioni di "castrum regio", destinato
ad accogliere una regolare guarnigione. Nel 1880 il Castello, pur avendo
ancora l'aspetto della fortezza, che aveva mantenuto per tanti secoli,
con un suo presidio, cessò di essere struttura militare, ma iniziò
ad ospitare il carcere giudiziario, fino al 1960. Oggi si sta pensando
ad una sua ristrutturazione per l'utilizzo con finalità culturali.
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