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Monti - Campagne
In questi
ultimi decenni la fuga dalle campagne e il conseguente processo di urbanizzazione
ci ha reso sempre più dipendenti dai supermercati e dall'industria
alimentare che li rifornisce. È bastata poco più di una generazione
per dimenticare il profondo legame che univa l'uomo agli animali allevati
e alla terra coltivata. E così molti bambini hanno più familiarità
coi dinosauri che con gli animali da cortile, con cui un tempo si viveva
in rapporto quasi simbiotico. Per ritrovare atmosfere d'altri tempi e riassaporare
sensazioni antiche è necessario spingersi - anche a costo di qualche
disagio - verso mete alternative al turismo di massa. Chiunque volesse cogliere
immagini e sensazioni di un paesaggio incognito può cercarle visitando
le aree più interne della Basilicata. Dalla costa ionica, percorrendo
la Statale 598 che lambisce il letto del fiume Agri, man mano che si penetra
all'interno della regione il paesaggio va modificandosi. Alla distesa verdeggiante
di agrumeti, creata sottraendo spazio alla fiumara, si sostituisce un paesaggio
di colline frumentarie. Abbandonata la statale e imboccata la Saurina, in
prossimità della confluenza del torrente Sauro nell'Agri si può
cogliere un primo indizio della singolarità del luogo. Il Sauro,
infatti, raccontano gli anziani dei paesi vicini, ha preso il suo nome dal
passaggio di un gigantesco rettile che nel trasferirsi dalle gelide acque
di un lago montano, in quelle dell'Agri, determinò la scia sinuosa
del letto del torrente. La tradizione locale ha dunque affidato al mito
il compito di spiegare l'origine dell'alveo che oggi è ridotto ad
un rigagnolo ma un tempo era certamente navigabile.
![]() Lungo
i fianchi della fiumara si susseguono le increspature argillose dei calanchi,
terre sterili e rugose al di sopra delle quali si stendono morbide colline
frumentarie rese instabili dal taglio sconsiderato del manto vegetale. Sulla
cima dei poggi, cosparsi da un mare di spighe ondeggianti, svettano innumerevoli
masserie, diventate ormai sentinelle mute che non controllano più
il territorio. Fino a pochi decenni fa, invece, questi grandi complessi
fondiari erano abitati da un'ingente quantità di persone. Tutta la
campagna era viva, brulicava di uomini e animali. Sui pascoli il belare
delle greggi era interrotto dal latrare dei cani e dai vocalizzi primordiali
dei pastori, che per comunicare con gli armenti utilizzavano un linguaggio
semplice e incomprensibile agli estranei.
Su altri pascoli lo spostamento dei bovini era segnalato dal tintinnio dei campanacci, mentre nel sottobosco la presenza dei maiali veniva sovente percepita prima con l'olfatto e dopo con la vista. Branchi di suini, come nel Medioevo, scorrazzavano nelle boscaglie alla ricerca di cibo. A sera il porcaro, per accelerare il ricovero degli animali nelle grotte faceva risuonare ripetutamente la grogna, il corno di rame dal suono cavernoso. Fino ai primi anni Cinquanta nelle masserie della Collina Materana era tutto un fermento. Uomini e animali con la loro presenza animavano il territorio, che solo pochi proprietari si contendevano. Oggi con la meccanizzazione delle operazioni agricole la presenza sui campi è diventata sporadica e il numero degli addetti si è assottigliato. ![]() È
una mattina di maggio e lo sguardo copre le distanze senza registrare alcuna
presenza umana. Sembra strano come in pochi decenni gli uomini si siano
diradati in queste terre. Raggiungo finalmente aggrappato ad un declivio,
lo jazzo Santaseverina nell'agro di Stigliano. I pastori hanno finito di
mungere e fanno colazione nel casone; massaro Giovanni invece, sta preparando
la cagliata nella casera. Il fuoco stamane non vuole proprio saperne. La
legna è un po' umida per la pioggia di ieri e stenta a bruciare.
Sopra il fuoco, sorretto da un grosso turner di legno, che da queste parti
chissà per quale ragione i pastori chiamano monaco, c'è un
grosso caldaro di rame, il caccavo, con dentro due quintali di latte: la
mungitura serale e quella mattutina. "I rami secchi di tamerice - m'informa
il casiero - mettono di buon umore il fuoco. Sono sufficienti pochi rami
a rendere la fiamma allegra e pimpante. Quando la legna è secca -
continua il massaro - in pochi minuti il latte raggiunge la temperatura
desiderata". Massaro Giovanni non usa alcun termometro per misurare
la temperatura del latte. Si serve della sola esperienza tattile e visiva.
Prima osserva, in controluce, con lo sguardo obliquo, il sottile velo che
si forma in superficie, poi intinge più volte il dorso della mano
nel liquido. Non sa che farsene dei termometri, si fida solo delle nocche
della sua mano. All'improvviso, con fare concitato urla "E' pronta!
E' pronta"' e afferrato energicamente il turner che sorregge il caccavo
lo allontana dal fuoco. Ultimi bagliori di un mondo lontano che vanno dissolvendosi.
Se, in breve tempo, non si porrà mano a validi interventi di ristrutturazione
e riqualificazione del patrimonio architettonico della Collina Materana,
e ad una convinta opera di recupero delle tradizioni, il processo di depauperamento,
già in atto nel territorio, diventerà irreversibile.
Ci auguriamo che giunga presto lo stimolo per la rinascita di un'area che sebbene ricca di cultura rurale non è stata in grado, finora, di valorizzarla. Gli itinerari ![]() Primo Itinerario: Palazzo di S. Spirito e jazzo Digilio
Punto di partenza e arrivo: Stigliano Lunghezza in auto: 20 km a/r Lunghezza a piedi: 5 km circa a/r Tempo necessario a piedi: 1.30 ore circa. Uscendo da Stigliano verso est si prende la statale 103 che da Potenza conduce allo Ionio. Dopo circa 10 km si svolta a destra in una stradina interpoderale segnalata da un cartello con la scritta Santo Spirito. Dopo circa 1 km si raggiunge la masseria Palazzo di Santo Spirito (appartenuta fino ai primi anni '50 alla famiglia Vitale) che il Comune di Stigliano sta per acquistare dall'E.S.A.B. (Ente Sviluppo Autonomo della Basilicata) che lo aveva espropriato con la Riforma Fondiaria. L'edificio svetta su un poggio dal quale s'intravede la valle del Sauro, un tempo importante arteria della transumanza. La costruzione, a pianta quadrata, è senza dubbio l'esempio più interessante di masseria fortificata delle aree interne della Lucania. Si eleva sul sito su cui sorgeva l'omonimo casale feudale di Santo Spirito. Disposta su due piani, presenta un portone d'ingresso contornato da una cornice in pietra bianca. La muratura, invece, è in pietra e mattoni scandita da una fitta trama di fughe ortogonali e da numerose feritoie a 8. La facciata principale è ingentilita da un arioso loggiato e da numerose lesene che ritmicamente incorniciano nicchie e finestre. Il piano superiore era adibito a residenza estiva del proprietario, mentre quello inferiore comprendeva le stalle per i cavalli, la legnaia, la cantina e il magazzino. Terminata la visita esterna del Palazzo si prosegue a piedi, in discesa, per poco più di 2 km lungo una stradina che non è più asfaltata ma brecciata. Raggiunta una piccola cappella, dopo aver costeggiato numerosi appezzamenti coltivati in pendio, la strada si biforca. Se si svolta a sinistra, dopo circa 500 metri, si arriva in prossimità della masseria di Campo Santa Maria Calvera di proprietà di Nicola Digilio; se invece si prosegue a destra, dopo circa 1 km si raggiunge lo splendido jazzo Digilio. L'ovile, costruito presumibilmente nella seconda metà dell'800, ha una struttura a ventaglio e ospita più di mille ovicaprini che vengono ancora munti a mano al mattino e alla sera. Per assistere alla mungitura è necessario prendere accordi col proprietario, il signor Digilio, telefonando al numero 0835.561334. Percorrendo l'itinerario a ritroso si torna a Stigliano. Secondo itinerario: Bosco di Montepiano e Dolomiti Lucane
Punto di partenza e arrivo: Stigliano Lunghezza: 64 km a/r. Si esce da Stigliano verso ovest, direzione Potenza. Dopo 8 km, raggiunto il bivio di Cirigliano, si svolta a destra per Accettura. Dopo circa 4 km, in prossimità della colonia montana e del ristorante Il Cerro (400 metri prima) si svolta a sinistra lungo una stradina che conduce, attraverso una fitta vegetazione di cerri maestosi, nel Bosco di Montepiano. Si percorre questa stradina, parzialmente asfaltata, per circa 3 km. Giunti in prossimità di una biforcazione si gira a sinistra seguendo l'indicazione Pietrapertosa, scritta in modo alquanto precario su un cartello addossato al tronco di una pianta. Dopo circa 17 km si raggiunge Pietrapertosa. Lungo il tragitto s'incontrano alcune fontane dalle quali sgorga un'acqua freschissima. Si lascia la macchina all'inizio del paese e si prosegue a piedi. L'abitato è aggrappato ad alcuni speroni di calcarenite che, con particolari condizioni di luce, assumono bizzarre connotazioni zoomorfe: la bocca del leone, l'aquila reale, ecc. Il paese, collocato a 1088 metri di altitudine e con meno di ottocento abitanti, si è sviluppato alla base di un antico fortilizio saraceno che acquistò grande importanza con i normanni. Raggiunte, dopo aver risalito una ripida scalinata le rovine dell'antico castello, la vista può spaziare in tutte le direzioni. Da un lato il manto increspato dei boschi, dall'altro il sinuoso tracciato della strada che conduce alla valle del Basento e di fronte le case di Castelmezzano, l'altro borgo delle Dolomiti Lucane. Percorrendo la via principale di Pietrapertosa, dopo aver ridisceso la scalinata del castello, si possono ammirare alcuni splendidi portali che incorniciano gli ingressi dei palazzi signorili. Prima di tornare alla macchina è opportuno visitare il Convento di San Francesco, fondato dai Minori Osservanti nel 1474. Il complesso religioso ruota intorno ad un chiostro quadrato con al centro un pozzo; su un fianco si erge la chiesa ad un'unica navata. Tornati sui propri passi si esce dal paese e si torna a Stigliano con la stessa strada dell'andata. Terzo itinerario: Craco, il paese disabitato
Punto di partenza e arrivo: Stigliano Lunghezza: 56 km a/r. Da Stigliano, percorrendo la statale 103, si scende dall'abitato (il paese si trova a circa 1000 metri di altezza) e si prosegue attraverso un paesaggio di colline frumentarie, verde in primavera, ocra in estate e bruno in autunno. Al km 19, su un poggio a sinistra, per metà coltivato e per metà ammantato da una fitta vegetazione dì macchia mediterranea, svetta la masseria Mania, di proprietà della famiglia Vasti. Dopo 2 km, nascosta tra gli alberi s'incontra la masseria Indorata, dove si può acquistare l'ottimo pecorino locale. Continuando per circa 1 km, al primo bivio si svolta a sinistra seguendo la direzione Craco. Il paese è stato quasi completamente abbandonato negli anni '70 a causa di un vasto movimento franoso. L'abitato è caratterizzato da una forte dominante ocra che lo rende simile a certi villaggi mediorientali. In cima al borgo spicca il torrione del vecchio castello e a lato la Chiesa di San Vincenzo. Appena fuori del paese, in direzione est, c'è il Convento dei Minori Osservanti con annessi i resti dell'antico chiostro. |